Governo debole, decisioni forti
Giorgio Napolitano ha invitato perentoriamente il governo ad adottare misure più efficaci e il Parlamento ad approvarle immediatamente. Se ha deciso di entrare così direttamente nella disputa politica è perché le sue relazioni istituzionali europee lo hanno persuaso che il rischio per l’Italia sta nuovamente diventando gravissimo. Mario Draghi ha fatto capire che, in assenza di misure convincenti, la Banca centrale europea non continuerà a sostenere i titoli di stato.
14 AGO 20

Giorgio Napolitano ha invitato perentoriamente il governo ad adottare misure più efficaci e il Parlamento ad approvarle immediatamente. Se ha deciso di entrare così direttamente nella disputa politica è perché le sue relazioni istituzionali europee lo hanno persuaso che il rischio per l’Italia sta nuovamente diventando gravissimo. Mario Draghi ha fatto capire che, in assenza di misure convincenti, la Banca centrale europea non continuerà a sostenere i titoli di stato. Il governo ha ricevuto, insieme, uno stimolo e una minaccia, e ha avuto il buon senso e l’umiltà di rendersi conto che la serie di tentennamenti ed esitazioni dei giorni scorsi avevano un effetto deprimente non solo sui mercati ma sullo spirito pubblico.
L’Italia, anche quella che protesta, anche quella che difende i vantaggi di categoria, desidera che il governo governi. Il governo non è oggi un governo forte, il triangolo tra Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Giulio Tremonti, tutti per una ragione o per l’altra indeboliti nella loro autorevolezza, sembra piuttosto sbilenco. Però non è detto che sia necessario un governo forte, per assumere decisioni forti. La storia italiana ci racconta di manovre colossali messe in atto da governi politicamente debolissimi, basti pensare al primo presieduto da Giuliano Amato. D’altra parte, se il consenso per l’esecutivo è calante, la fiducia nell’opposizione resta ancora più bassa (e questa è una caratteristica tutta italiana).
L’adesione delle forze di centrosinistra, Pd, Udv e Sel, alle manifestazioni della Cgil, che hanno riempito alcune piazze, senza svuotare affatto le fabbriche e gli uffici, fa intendere che da quella parte ci si può aspettare protesta e agitazione, non risposte responsabili a una situazione oggettivamente difficilissima.
Il governo porta quindi tutto il peso della responsabilità e deve dimostrare di essere in grado di assumersela, senza farsi condizionare da calcoli elettorali, peraltro privi di prospettive. Aumentare l’Iva non piace agli esercenti, accelerare l’unificazione dell’età del pensionamento tra uomini e donne non piace ai sindacati, ridurre i trasferimenti fa inferocire gli enti locali e le regioni, imporre i costi standard alla sanità apre un problema colossale di consenso nel mezzogiorno, aumentare le tasse suscita malumori nel settentrione, ridurre le spese dei ministeri irrita persino i ministri. Se però questo è indispensabile per evitare il disastro finanziario, che farebbe pagare interessi insostenibili sul debito, il governo farà bene a farlo. Fa’ quel che devi, avvenga quel che può, sembra un imperativo categorico obsoleto, ma nei momenti di crisi torna di attualità. Fare il proprio dovere, d’altra parte, è la precondizione per poter chiedere impegno e sacrificio agli altri.
L’Italia, anche quella che protesta, anche quella che difende i vantaggi di categoria, desidera che il governo governi. Il governo non è oggi un governo forte, il triangolo tra Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Giulio Tremonti, tutti per una ragione o per l’altra indeboliti nella loro autorevolezza, sembra piuttosto sbilenco. Però non è detto che sia necessario un governo forte, per assumere decisioni forti. La storia italiana ci racconta di manovre colossali messe in atto da governi politicamente debolissimi, basti pensare al primo presieduto da Giuliano Amato. D’altra parte, se il consenso per l’esecutivo è calante, la fiducia nell’opposizione resta ancora più bassa (e questa è una caratteristica tutta italiana).
L’adesione delle forze di centrosinistra, Pd, Udv e Sel, alle manifestazioni della Cgil, che hanno riempito alcune piazze, senza svuotare affatto le fabbriche e gli uffici, fa intendere che da quella parte ci si può aspettare protesta e agitazione, non risposte responsabili a una situazione oggettivamente difficilissima.
Il governo porta quindi tutto il peso della responsabilità e deve dimostrare di essere in grado di assumersela, senza farsi condizionare da calcoli elettorali, peraltro privi di prospettive. Aumentare l’Iva non piace agli esercenti, accelerare l’unificazione dell’età del pensionamento tra uomini e donne non piace ai sindacati, ridurre i trasferimenti fa inferocire gli enti locali e le regioni, imporre i costi standard alla sanità apre un problema colossale di consenso nel mezzogiorno, aumentare le tasse suscita malumori nel settentrione, ridurre le spese dei ministeri irrita persino i ministri. Se però questo è indispensabile per evitare il disastro finanziario, che farebbe pagare interessi insostenibili sul debito, il governo farà bene a farlo. Fa’ quel che devi, avvenga quel che può, sembra un imperativo categorico obsoleto, ma nei momenti di crisi torna di attualità. Fare il proprio dovere, d’altra parte, è la precondizione per poter chiedere impegno e sacrificio agli altri.